Breve storia del francescanesimo
Chiesa e Convento San Francesco d'Assisi in Trapani : XIII secolo
P.M. Giuseppe Napoli senior e junior
La costruzione della Chiesa e del Convento: XVII secolo
La facciata della Chiesa e la Cupola
BREVE STORIA DEL FRANCESCANESIMO
Ordine religioso
mendicante fondato da San Francesco, il cui nome ufficiale, in segno di umiltà,
è di frati Minori. Nel progetto di Francesco i frati dovevano vivere in completa
povertà, senza possedere nulla né in comune né a titolo personale, privi di
ripari stabili, vivendo del lavoro delle loro mani, poveri fra poveri. Non
dovevano chiedere alcun privilegio alla Chiesa né dedicarsi allo studio; il loro
ruolo era d'essere un esempio per condotta di vita, condividendo i disagi degli
emarginati, fra cui i lebbrosi, esortando a seguire i precetti del Vangelo,
rivolgendo l'invito anche agli infedeli per cercare di convertirli, ma senza
piegarli con alcuna costrizione; al contrario, in caso di insuccesso bisognava
essere pronti al martirio. Il ricorso alla questua era previsto soltanto come
fatto eccezionale; ben presto esso si trasformò al contrario in un elemento
fondante, dando vita al concetto stesso di ordine mendicante.
L'ordine ebbe una prima approvazione orale nel 1210 da Innocenzo III e
un'approvazione ufficiale da Onorio III nel 1223. Proprio perché c'era stata
un'approvazione orale Francesco poté mantenere la propria regola, che veniva
così ad affiancarsi a quelle antiche di Basilio, Benedetto ed Agostino, non
contraddicendo al divieto del IV Concilio Lateranense del 1215, che proibiva
l'adozione di nuove regole. Soprattutto dopo la morte di Francesco si fece però
sempre più difficile l'equilibrio fra le prescrizioni della regola, pensata per
un gruppo di poche persone, e il successo straordinario dell'ordine, con la
quantità di compiti ad esso affidati in conseguenza. Fu soprattutto la questione
della povertà e dell'interpretazione da dare alla regola e al testamento di
Francesco (ai quali, secondo il santo, i frati erano giuridicamente tenuti ad
attenersi) a creare le maggiori lacerazioni. Gregorio IX in un tentativo
pacificatore, con la bolla Quo elongati del 1230 era intervenuto a togliere
valore giuridico al testamento, istituendo nel contempo la figura dei nunzi (poi
detti sindaci) per ricevere le offerte dei benefattori e amministrarle. Tuttavia
i contrasti sulla questione della povertà non si appianarono e portarono alla
contrapposizione fra i frati più moderati, che ritenevano non incompatibile il
possesso di beni da parte dell'ordine, e i rigoristi che volevano l'osservanza
più stretta del voto di povertà, nei singoli e nella comunità.
Inutile fu il tentativo di Niccolò III che con la bolla Exiit qui seminat, del
1279, per difendere i Mendicanti dagli attacchi del clero secolare, ricorreva
all'espediente dell'usus pauper: era cioè consentito ai frati l'uso ma non il
possesso dei beni, di cui la Chiesa evocava a sé la proprietà. I frati che
condividevano questa interpretazione della regola si dissero Conventuali, gli
altri, che erano invece contrari anche a questa forma di possesso indiretto,
presero il nome di Spirituali, almeno a partire da Clemente V (morto nel 1314).
Questi, dalla metà del XIV secolo, dopo la repressione delle frange estreme del
movimento spirituale detto dei Fraticelli, pur senza entrare in urto con
l'autorità ecclesiastica, presero il nome di Osservanti; al movimento
dell'Osservanza diedero grande prestigio l'adesione di San Bernardino da Siena,
San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca, tanto che gli Osservanti
finirono per prendere il sopravvento sui Conventuali. Più tardi dagli Osservanti
della Marca d'Ancona si staccarono i Cappuccini, per desiderio di un rigore
maggiore e di una più decisa fedeltà alle origini; essi si aggiunsero agli
Osservanti e ai Conventuali come la terza e ultima in ordine di tempo delle
famiglie autonome del primo ordine di San Francesco, e vennero approvati da
Clemente VII con la bolla Religosis zelus del 3 luglio del 1528. L'ordine,
perciò , si compone ora di tre famiglie: ordine dei frati semplicemente Minori (Ordo
fratrum minorum, O.F.M.); ordine dei frati Minori Conventuali (Ordo fratrum
minorum conventualium, O.F.M. Conv.) e ordine dei frati Minori Cappuccini (Ordo
fratrum minorum Cappuccinorum, O.F.M. Cap.). Il secondo ordine è quello delle
Clarisse, il terzo quello dei cosiddetti
terziari.
CHIESA E CONVENTO DI S.FRANCESCO D’ASSISSI IN TRAPANI
XIII Sec.
Il primo nucleo di Francescani, inviati dal Patriarca San Francesco, approdò a Trapani nel 1224 con a capo probabilmente Frà Angelo Tancredi da Castrovillari. Poco o nulla sappiamo delle prime vicende del Francescanesimo a Trapani. Probabilmente i primi frati, come tutti gli altri Francescani dell’isola, subirono la persecuzione ordinata da Federico II nell’ultimo decennio del suo impero. Fu data loro la piccola chiesa di Santa Maria Egiziaca o Santa Caterina presso il nuovo (a quel tempo) “Quartiere Palazzo”. Estinta la dinastia sveva con gli Angioini, l’ordine Francescano ebbe un nuovo slancio così da consentire la costruzione di una nuova chiesa e del piccolo adiacente convento.
La nuova chiesa fu terminata nel 1274 a opera di Frà Angelo da Rieti. Era ad una sola navata e misurava 130 palmi di lunghezza e 46 di larghezza (circa metri 32,50 per 11,50). La chiesa di Santa Maria Egiziaca o Santa Caterina non fu distrutta ma rimase probabilmente come cappella del chiostro. Dell’originaria chiesa nulla è rimasta dopo la distruzione operata nella fine del secolo XVI per costruire la nuova. Possiamo solo arguire dalle misure che doveva essere una chiesa rispettabile per una cittadina come Trapani nel secolo XIII, probabilmente costruita secondo i criteri della coeva chiesa di San Francesco di Messina, anche se di minori proporzioni.
XV Sec.
La chiesa di San Francesco in Trapani nel secolo XIV non appare abbia subito alterazioni. Solo con il secolo XV, con il mutare del gusto artistico, venne apportato un mutamento all’abside centrale. In un documento del 6 luglio 1431, il procuratore del convento, Giovanni Benintendi, compra la calce necessaria per costruire la “Tribona Nuova”. Quale sia stata la portata di tale cambiamento non possiamo definirlo per la semplice ragione che non esiste più nulla dell’organismo architettonico anteriore al secolo XVI.
XVI Sec.
Nel XVI secolo, sotto Carlo V, la vita dei Francescani a Trapani prosperava. Per ben tre volte il convento fu sede del convegno per tutti i Francescani dell’isola. In questo periodo era ospite del convento il cappuccino Padre Giacomo da Gubbio che si impegnò nella fondazione del Terz’ Ordine regolare in Sicilia. La sua azione sagace e l’ospitalità ricevuta dai frati minori conventuali legarano l’anima di Padre Giacomo all’ordine stesso e chiese ed ottenne da Pio IV che la congregazione del Terz’Ordine regolare in Sicilia fosse posta sotto l’ubbidienza del Ministro Generale dei Frati minori conventuali. L’apporto più significativo di cui si arricchì la chiesa di San Francesco di Trapani nel secolo XVI è costituito dalla tela di Tiziano, raffigurante San Francesco che riceve le stimmate, oggi conservata come la gemma più preziosa del Museo Pepoli di Trapani.
La tela, già conservata nella cappella di San Francesco della nostra chiesa era conosciuta come opera di Vincenzo da Pavia, e solo recentemente è stata attribuita a Tiziano, collocandola nel 1525.
Un’altra opera del secolo XVI si conservava nella chiesa ma di essa rimane solo una testimonianza nel 1883 : era una tavola <<rappresentante il SS.mo Nome di Gesù, con un coro di giovani e con la data 1568>>. Sullo scorcio del secolo XVI il convento di Trapani era composto da 12 sacerdoti. L’attività di essi in modo particolare si accentrò sul culto dell’Immacolata. Come nei conventi Francescani di Palermo e Messina, così anche nel convento di Trapani sorse nel 1585 la <<Compagnia dell’Immacolata>> con lo scopo evidente di incrementare il culto dell’Immacolata. In tal modo essi preparavano l’esplosione di fede avvenuta nel 1624, quando tutta la città si obbligò con voto a digiunare la vigilia e a celebrarne la festa. A questa congregazione il convento diede facoltà di costruire davanti alle porte della chiesa un oratorio con un arco di marmo. In seguito ai lavori per la costruzione della nuova chiesa fu assegnato ad essa un nuovo locale, che a sua volta venne abbandonato, quando nel 1675 costruirono la nuova sede, cioè l’attuale chiesa dell’Immacolatella.
P.M.Giuseppe Napoli senior e junior.
La seconda metà del secolo XVI è occupata dalla figura di uno dei più grandi figli del convento di San Francesco di Trapani, il Padre Maggiore Giuseppe Napoli senior. Nato a Trapani da nobile famiglia nel 1551, entrato nell’ordine francescano, si laureò in teologia ad Assisi il 17 maggio 1587. Nel capitolo Provinciale dell’11 novembre 1595 fu eletto Ministro Provinciale con l’incarico preciso di promuovere la riforma della provincia secondo i decreti lasciati dallo stesso Ministro Generale.
Proprio il convento di San Francesco di Trapani, per primo, fu oggetto della sua opera di riformatore. Dietro ordine del Ministro Generale vennero rimossi tutti i religiosi in quel convento per collocarvi una nuova <<famiglia>>. Ma il merito maggiore del P.M. Napoli senior fu l’aver ideato la nuova costruzione della chiesa e del convento. Nominato in data imprecisata Guardiano del suo convento nativo, egli gettò le fondamenta della nuova chiesa, ma non vide attuata la sua idea. Spettava al suo degno nipote portare a compimento l’ardita idea concepita. Moriva il 21 dicembre 1627 a 76 anni.
Altro fulgente astro del convento di San Francesco a Trapani fu il nipote del precedente, il P.M. Giuseppe Napoli junior. Nato a Trapani nel 1585 si laureò a Roma nel 1608 e per 18 anni si dedicò all’attività intellettuale e all’insegnamento universitario (Assisi, Bologna, Napoli, Palermo). La sua attività intellettuale era enorme ma nel 1625 in occasione del Capitolo Generale, il P. Napoli si feve dispensare dall’insegnamento e tornò al suo convento di Trapani, forse richiamato dalla tarda età dello zio e dal suo desiderio di affidargli la continuazione della costruzione della nuova chiesa. In un anno imprecisato, ma non più tardi degli anni trenta del 1600 chiamò a Trapani il suo confratello P. Bonaventura Certo, architetto allora di chiara fama. Per 22 anni si adoperò alla costruzione della nuova chiesa e del convento. Morì a Trapani il 30 dicembre del 1649, a 64 anni.
La costruzione della chiesa e del convento.
XVII Sec.
Il P. Bonaventura Certo appartiene a quella schiera di architetti messinesi che, formatasi a Roma, operarono il trapasso delle forme rinascimentali ancora in auge a Palermo e in genere nella Sicilia occidentale e trapiantarono il gusto manieristico del tardo cinquecento in Sicilia. Essi operarono l’allineamento dell’architettura isolana con quello del continente. Ma la loro opera è legale ad un fatto culturalistico e si avverte una forzatura nel loro linguaggio che non si innesta sintatticamente con l’opera degli architetti che li precedettero. Nulla sappiamo di lui al di fuori della sua attività trapanese. Sembra però che l’incarico per la chiesa di Trapani sia stato il frutto di un’attività precedente, forse svolta nella sua stessa patria, vicino agli architetti allora operanti a Messina. Possiamo ipotizzare la sua formazione nella cerchia del Vignola con ascendenze serliniane chiaramente visibili nel portico d’ingresso della chiesa e nel colonnato del chiostro di San Francesco in Trapani. Al P. Certo sono attribuiti inoltre la cattedrale e la chiesa di San Giovanni dei Filippini, sempre in Trapani, e forse il rifacimento della chiesa di San Francesco in Alcamo. Ma l’opera che denunzia più chiaramente il discorso architettonico del P. Certo, non rielaborata da altri architetti, è la chiesa e il convento di San Francesco d’Assisi. In questa costruzione, espressione di una tecnica perfetta, cercò di trovare un momento lirico attraverso la ricerca delle perfette proporzioni, del ritmo chiaro e sereno, e quindi spoglio. Ideò la chiesa a croce latina ad unica navata amplissima e a volta, rinfiancata da una serie di quattro cappelle, dette <<oratori>>, e due torri, sormontate al centro da una grandiosa cupola, forse la prima eseguita a Trapani e preceduta da un pronao. Sappiamo per certo che i lavori finirono il 4 ottobre 1638, come risulta da due lapidi tuttora in situ (3 -26), mentre in P. Certo era impegnato nella costruzione della cattedrale. Il P. Certo, volendo creare un organismo architettonico spoglio e, nel suo linguaggio, il più vicino al messaggio francescano di povertà, adottò l’ordine Tuscanico studiato e proposto dal Vignola. Tutte le strutture, i pilastri, le paraste, la lunghezza dell’edificio, l’altezza, tutto corrisponde quasi alla perfezione al modulo Tuscanico, pari a metà del diametro del pilastro ( cm 75). Multipli e sottomultipli regolano l’andamento di tutte le variazioni architettoniche e generano un senso di euritmia lineare, pacata e serena. Un problema che dovette affrontare il P. Certo fu l’ambientazione dell’organismo architettonico. La ristrettezza dello spazio circostante, l’impossibilità di una visione prospettica vista in lontananza, la necessità di separare la strada del vano della nave, costrinsero il P. Certo a delle soluzioni nuove.
La Facciata della Chiesa – La cupola.
La facciata ideata dal P.Certo fa corpo con tutta la costruzione dell’attiguo convento. L’architetto divise tutto lo spazio in tre scomparti quasi uguali e bloccò tutta la costruzione entro robuste paraste tuscaniche del disegno nervoso e asciutto, che delimitano lo spazio e lo sottolineano. Lo scomparto a sinistra è animato dalla porta del convento, poi trasformata da Giovanni Amico; quello di destra doveva denunciare nella sua nudità essenziale le masse architettoniche.
Al centro aprì una zona d’ombra delimitata da tre pilastri e due fornici che immettono in un vasto pronao. Un cornicione robusto e aggettante disegnato con perfezione puntigliosa, conclude la chiare distesa architettonica.
Le due finestre poste sopra i due fornici che immettono nel pronao, chiuse entro paraste che si continuano fino alla cornice di coronamento, hanno ambedue il timpano spezzato e arcuato.
Quando si arriva davanti ad essa, l’occhio trova un’architettura severa e dimessa, diremmo quasi francescana, se le strutture non fossero vivificate da un senso architettonico puro, alieno da ogni elemento che non sia puramente strutturale.
Sulla linea della facciata reale della chiesa, arretrata rispetto alla strada per tutta la larghezza del pronao, pose due torri: una per il campanile e l’altra per l’orologio, che ripetono disegni e ritmi riscontrati nelle membrature architettoniche già viste.
Il complesso architettonico invece costituito dalla cupola e dalle torri angolari, può essere gustato solo addentrandosi verso ovest nella penisoletta trapanese.
Forse tutto l’impianto architettonico esterno della parte superiore dell’edificio fu costruito in vista di una visione dal mare. Non per nulla la torre dell’orologio, ancor oggi, presenta il quadrante rivolto verso ovest-sud-ovest.
La cupola non presenta soluzioni nuove rispetto alle precedenti realizzate altrove. All’esterno, dal quadrato di base, perfettamente visibile, si passa all’ottagono del tamburo, con gli angoli sottolineati da coppie di lesene Tuscaniche, che rinserrano una finestra per lato, con modanature tardocinquecentesche.
Agli stipiti di dette finestre, la doppia cornice che sostiene l’architrave bloccato all’estremità da due mensoline e in alto dal timpano ora acuto e ora arcuato, rende più vibrante il movimento architettonico.
Al di sopra del tamburo, delimitato da una cornice, un attico prepara l’incurvarsi della cupola a otto spicchi, sottolineati dalle nervature sporgenti e sagomate e chiusi al vertice da un anello. Su questo è impostato il lanternino, il tratto più elaborato dell’insieme, che prelude ad effetti di luce e di ombra proprie del barocco.
L’insieme denota la mano pulita e tecnicamente preparata del P.Certo, e corona degnamente il vasto edificio.
L’interno della Chiesa.
Varcati gli archi che immettono nel pronao, ci si trova davanti ad un’ architettura conclusa e correttissimi che si avvale delle modanature per creare un ritmo ricorrente.
Dal pronao si entra in chiesa per due porte che corrispondono ai due fornici della facciata. I portali, che sagomano le due porte, sono sottolineati da una grafia nitida e sostenuta, che ripete linee e moduli della facciata , variati dalla presenza di elementi più elaborati, come i diglifi e i gocciolatoi.
Ad unica navata ampia e piena di luce, che piove dalla cupola e dalle sei finestre sopra il cornicione, l’aula si presenta vicina agli schemi pignoleschi di intonazione manieristica. Essa è affiancata praticamente da una fila di cappelle, variate nel disegno e nella struttura, che mirano a bilanciare le spinte della volta enorme.
Le pareti della nave sono scandite da due coppie di paraste Tuscaniche per lato. Ogni coppia stringe al centro una nicchia, entro cui stanno le statue di stucco del Milanti e sopra la nicchia, appena separati da un’esile cornice, undici quadri, dei quali otto divisi sulle pareti laterali e tre sulla facciata interna. La collocazione altissima dei quadri e la continuazione delle serie nella parete orientale del transetto e nel coro ci fa concludere che sono stati concepiti solo come elemento di colore, voluto per riscaldare e variare l’andatura della massa architettonica.
Probabilmente nel disegno originario le paraste dovevano essere ideate nel colore della <<pietra palazzo>>, pietra grigia ricavata dagli scogli emergenti della penisoletta trapanese. Oggi non è facile gustarne la forza e il ritmo, ma nell’impianto originario il discorso architettonico prevedeva queste paraste come elemento di colore per spezzare l’andamento uniforme della parete e creare un’avvicendarsi di pieni e di vuoti.
In un ambiente provinciale com’era Trapani sulla fine del XVI sec, la novità architettonica realizzata dal P.Certo dovette impressionare!
Dopo la nave l’edificio si apre in un ampio transetto, con al centro la grandiosa cupola, sostenuta da quattro poderosi pilastri.
L’architetto pose nel fregio di base da cui parte il tamburo, questa iscrizione: “Vade Francisce repara domum meam quae labitur”.
Nel transetto si aprono le tre cappelle maggiori. Nel coro il P. Certo divide le pareti laterali in tre parti uguali delimitate nettamente da tre paraste solide e robuste, vivificate anche qui dalle nicchie e dalle tele interposte tra l’una e l’altra.
Al centro del coro esistono ancora due tele poste sulla stessa linea delle altre collocate nella chiesa e, secondo la tradizione, al centro doveva esserci un grandioso quadro dell’Immacolata. All’interno della chiesa sono interessanti i quattro ambienti rettangolari che affiancavano i due ingressi laterali, gli <<oratori>>. All’interno di essi, dai quattro angoli si partono quattro piastrini addossati alle pareti che sostengono le vele della cupoletta.